Una delle tante versioni fantasiose del Necronomicon

Una delle tante versioni fantasiose del Necronomicon

Esiste davvero il Necronomicon, il più noto tra i ‘libri proibiti’ e mai ritrovati? Tra finzione letteraria, riferimenti a miti e religioni dimenticate, scoperte più o meno attendibili e verità arcane, sulle tracce di un mondo a metà tra storia e mitologia fantastica.

Questa volta partiamo da quella che dovrebbe essere la domanda finale: esiste o non esiste il famigerato “Necronomicon”?
Fa veramente parte dei cosiddetti “pseudobiblia” – cioè dei libri che non esistono – oppure Howard Philips Lovecraft, il “solitario di Providence”, non inventò del tutto i Miti di Cthulhu, Yog-Sothoth, l’arabo pazzo Abdul Alhazred e tutto il vasto, incredibile Pantheon che pervade l”universo delle sue affascinanti, inquietanti avventure letterarie?
Ma procediamo con la “calma” necessaria ad affrontare un argomento in cui si mescolano finzione letteraria, riferimenti a miti e religioni dimenticate, “scoperte bibliografiche” più o meno attendibili e “impossibili scoperte archeologiche” su cui sarebbe interessante indagare ancora un pò cum grano salis ma con mente aperta.

Sarà bene precisare, innanzitutto, che non è certamente mia intenzione sostenere l”una o l’altra tesi: sostenere cioè   come spesso mi è capitato di leggere – che “finalmente” è stata rinvenuto nella solita, oscura e dimenticata biblioteca, un manoscritto che sembrerebbe essere “…la copia originale del diabolico testo proibito…”, nè ho intenzione di sostenere a spada tratta che il “Necronomicon” è “sicuramente” uno “Pseudobiblion”, fortunato termine proposto dallo scrittore Lyon Sprague de Camp per designare libri… inesistenti.
Libri, cioè, citati un pò ovunque, all’interno delle più svariate opere letterarie, ove vengono addirittura riportati brani interi del testo! Che, però, non è mai stato scritto!
Ho più volte sostenuto, in altre riviste – più o meno “di settore” – che non è mia intenzione diffondere il “verbo della Certezza”: credo infatti sia più “salutare” e proficuo diffondere un sano “verbo del Dubbio”. Con “parsimonia”, però, perchè, come sostenne il matematico Henri Poincarè, “Dubitare di tutto o credere a tutto sono due soluzioni ugualmente confortevoli, giacchè ambedue dispensano dal compito di pensare.”
E poichè, parafrasando appena l’Alighieri, “… fatti non fummo a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza…” vorrei proseguire nella ricerca, in qualsiasi direzione, senza alcun pregiudizio, senza deleterie rèmore mentali, cercando pian piano di separare…” il grano dall’oglio”, le informazioni, i dati sufficientemente “attendibili” da quelli sufficientemente… “sospetti”.

La fantasia degli artisti ha dato luogo a meravigliose e orrorifiche versioni di quello che potrebbe essere il contenuto del Necronomicon

La fantasia degli artisti ha dato luogo a meravigliose e orrorifiche versioni di quello che potrebbe essere il contenuto del Necronomicon

Il destino di Lovecraft
Howard Philips Lovecraft nacque il 20 Marzo 1890 a Providence, nel Rhode Island, figlio di Winfield Scott Lovecraft (1853-1898) e di Sarah Susan Phillips (1857-1921). Quando Howard aveva appena un anno, la famiglia Lovecraft si trasferì ad Auburndale, nel Massachusetts e, successivamente, in altre località nei dintorni di Boston. Il padre di Howard poco dopo dette segni di grave squilibrio mentale e fu ricoverato in un ospedale psichiatrico di Providence: il futuro scrittore si trasferì allora con la madre nella bella villa dei nonni materni, ove ebbe modo di imparare precocemente a leggere e di frequentare – più avanti – la vastissima biblioteca del nonno, appassionandosi alla mitologia greca, al mondo classico ma anche alle scienze, chimica e astronomia in particolare.
A causa della malferma salute e in seguito ad una brutta caduta, abbandonò gli studi “regolari” dedicandosi però alle letture più disparate e acquisendo una vastissima ed eterogenea cultura. Anche nel campo delle cosiddette “conoscenze esoteriche”, “proibite”, pur rimanendo – almeno apparentemente – profondamente scettico verso il cosiddetto “occulto” e fondamentalmente “pragmatico”.

H.P.Lovecraft

H.P.Lovecraft

Nel 1926 scrisse uno dei racconti che più interessano questa nostra ricerca: “Il richiamo di Cthulhu”, in cui cominciarono a delinearsi gli elementi fondamentali di quello che costituirà il “multiforme” e inquietante “Pantheon” che, pare, “trarrebbe” origine anche dalla consultazione dell’esecrando “Necronomicon”. Lovecraft morì a Providence per un un tumore intestinale, il 10 Marzo 1937.
Gli affezionati lettori di Howard Philips Lovecraft – tra i quali mi annovero – perdoneranno l’estrema sintesi nella descrizione della vita e della vasta produzione letteraria dello strano “solitario di Providence”, ma vorrei subito arrivare al punto essenziale: quali certezze, bibliografiche, storiche, archeologiche abbiamo riguardo l’esistenza o meno di un libro “proibito”, di un “Grimorio” come il “Libro dei nomi Morti”, del famigerato “Necronomicon”?


Le colonne di Irem

Innanzitutto, cosa significa “Necronomicon”? E poi, cosa è – o sarebbe – il “Necronomicon”?
“Il termine Necronomicon (dal greco “nekros”, cadavere; “nòmos”, legge; “eikon”, immagine, vale a dire “Immagine, o Rappresentazione, delle Leggi dei Morti”) mi è venuto in mente nel corso di un sogno, compresa l’etimologia “. Così si espresse lo stesso Lovecraft in una lettera scritta all”amico Harry O. Fisher nel febbraio del 1937. Ma era veramente in buona fede?
Crediamo di no, soprattutto alla luce di “indiretti” rapporti tra Lovecraft e il noto Aleister Crowley, colui che amava farsi definire “l’uomo più perverso del mondo” o la “Grande Bestia”, la “Bestia 666” dell’Apocalisse di San Giovanni, cultore di studi “magici” e – soprattutto – praticante la magia “enochiana” derivata anche dagli studi di un altro grande cultore di “scienze proibite”: il dottor John Dee (1526 – 1608).
Vediamo come. Nel 1918, Aleister Crowley mentre era a New York per conferenze sulla “magia”, conobbe Sonia Green (1883-1972), giovane e piacente immigrata ebrea interessata alla “magia cerimoniale” e alle “esperienze di confine”.

Alistair Crowley

Alistair Crowley

Crowley, molto verosimilmente, la iniziò anche alla “magia sessuale”, ai rituali basati sul tantrismo e a tutta una serie di conoscenze fondate sulle esperienze che la “Grande Bestia” aveva fatto nel campo dei rituali “enochiani” e delle esplorazioni dei trenta Aethyr – spazi e realtà “multidimensionali, una sorta di “intermundia” – descritte in uno dei suoi libri più interessanti, “The Vision and the Voice”.
Il 12 Marzo 1921, a Boston, quando Lovecraft aveva trentuno anni, incontrò Sonia Green – di pochi anni più “anziana” ma sicuramente più matura di lui – intrecciando con lei una relazione sul culturale e, in seguito, sentimentale, sfociata nel 1924 in un matrimonio che ebbe però breve vita.
Sempre nel 1921, nel breve racconto di Lovecraft “La città senza nome” – inviato per la pubblicazione il 26 Giugno, pochi mesi dopo aver conosciuto Sonia – compare per la prima volta il nome dell’arabo “pazzo” Abdul Alhazred di San’a e il famigerato “Necronomicon”. Che, forse, vide la luce con il titolo Al Azif, tradotto in greco da Teodoro Fileta con il nome che ormai lo ha reso noto.

Un'altra possibile interpretazione del Necronmicon

Un’altra possibile interpretazione del Necronmicon

Il fatto di aver parlato dell’arabo “pazzo” Alhazred e del “Necronomicon” dopo l’incontro con Sonia Geen è solo una “coincidenza”? Inoltre, qual’era la “città senza nome”? Forse si trattava della “mitica” Irem Zhat al Imad, la “Irem dalle mille colonne”, importantissima nel pensiero “magico” arabo perchè si pensava fosse stata costruita dai Jinn – entità “demoniache” del pantheon arabo – guidati da Shaddad, il “Signore della tribù di Ad”, sorta di giganti affini ai “Nephilim” citati nella Bibbia?
“…E tutto il popolo che abbiamo visto in mezzo ad esso sono uomini di statura straordinaria. E vi abbiamo visto i Nephilim, i figli di Anac, che sono dai Nephilim: così che i nostri propri occhi eravamo divenuti come cavallette; e così eravamo divenuti ai loro occhi…” (Numeri, XIII, 32, 33)
Forse “Irem dalle mille colonne” – ricordata dal poeta Omar Khayyam (quartina 272) e nello stesso Corano (Sura 89, 6) – era l’altrettanto mitica “Ubar dalle colonne alte “, ricordata nel Corano, sepolta dalle sabbie d”Arabia e conosciuta anche come “l’Atlantide del deserto”?
La Ubar cercata fin dal Medioevo da generazioni di esploratori messi “fuori strada” dal banale errore di trascrizione di un amanuense del monastero di Ebner il quale, nel 1460, nel copiare la mappa tolemaica dell’Arabia aveva indicato la sua posizione a 78° di latitudine anzichè a 87°?
La Ubar il cui popolo “…era dedito a tutti i peccati vecchi e ne inventò di nuovi…”?
Oggi però Ubar non è più tanto “mitica” poichè – anche grazie ad osservazioni satellitari e a immagini ottenute nel 1984 dalla navetta spaziale Challenger – nel deserto di Rub”Al-Khali gli archeologi hanno portato alla luce ciò che di essa resta, constatando come fosse un’imponente città fortificata con otto torri, munita di mura alte dieci metri e databile al 900 a.C.

Forse Lovecraft, attraverso la sua relazione con Sonia Green, venne a conoscenza di miti, di rituali, di linguaggi, di vicende a cui il “mago” Aleister Crowley aveva avuto accesso nei suoi studi sulla “magia enochiana” approfonditi nel dal dottor John Dee e dal suo “medium” Edward Kelly?
Forse introdusse parte di quei miti, parte di quel “blasfemo” Pantheon nei suoi racconti e “inventò” – per dare maggiore spessore “scientifico” alle vicende – il “poeta pazzo” Alhazred e il mitico “Necronomicon”? Che forse è esistito o esiste veramente, con altro nome, ma con gli stessi “blasfemi” contenuti…
Del Necronomicon si può dire tutto e, forse, il contrario di tutto, che non è mai esistito, che non esiste, che fu un’abile mistificazione letteraria di Lovecraft, oppure che quest’ultimo lo citò nei suoi racconti basandosi su “qualcosa” che avrebbe potuto benissimo leggere nella vastissima biblioteca del nonno, forse non il manoscritto originale, ma qualche cosa che fu redatto in tempi remoti incentrato su culti considerati “blasfemi”.

Una pagina interna del manoscritto di Voinych

Una pagina interna del manoscritto di Voinych

Il manoscritto Voinych
Tutto ciò non si può dire, però, dell’altrettanto misterioso “Manoscritto Voinych”, la cui reale esistenza dovrebbe rendere plausibile anche l’sistenza di altri manoscritti giacenti nel fondo di biblioteche accessibili solo a pochi studiosi. Non sempre interessati, però, a problematiche più o meno “esoteriche”.
Attribuito da qualche studioso di crittografia a Ruggero Bacone (1220 – 1292), francescano noto per i suoi interessi per la Magia e le “scienze proibite”, in realtà non si sa nè chi lo scrisse, nè che cosa vogliano dire i bellissimi, eleganti testi che commentano le figure di quel che “sembra” un erbario, perchè… non si sa in quale lingua furono scritti!
Appare come un volume “in ottavo”, quindi di 15×23 cm, e oggi consiste di 204 pagine. Ventotto delle pagine originali pare siano andate perdute.
Contiene molte figure artistiche di vegetali, piante medicinali – che però… in gran parte non esistono! – insieme a molte mappe astronomiche e a piccoli nudi femminili. Cercando di ricostruirne la storia, quel che appare certa è l’esistenza di una lettera che lo menziona, diretta al Rettore dell’Università di Praga, Johannes Marcus Marci, indirizzata al gesuita Athanasius Kircher, noto ed eclettico studioso di argomenti eretici ed esoterici.
Il misterioso e indecifrato manoscritto, nel 1666, entrò in possesso dell’Imperatore Rodolfo II di Boemia e, successivamente, per oltre due secoli si ricoprì di polvere nella vasta biblioteca del collegio gesuita di Villa Mondragone, a Frascati, a pochi chilometri da Roma.

Ancora il manoscritto di Voinych

Ancora il manoscritto di Voinych

Nel 1912 fu acquistato dal librario antiquario americano, di origine polacca, Wilfrid M. Voynich, dal quale prese il nome. Voynich inviò una serie di fotografie del manoscritto a vari esperti di lingue antiche e di crittografia, ma non ottenne alcuna traduzione dei testi a commento delle illustrazioni.
Nessuna sapeva in quale lingua fosse scritto, anche se analisi statistiche sulla frequenza con cui appaiono i simboli grafici – le “lettere” che lo compongono – confermano che fu scritto in una lingua strutturata, con una sua precisa “sintassi” e una sua “grammatica”, diverse dalle lingue indoeuropee, e invece stranamente simili, alle lingue polinesiane.
Alla morte del bibliofilo polacco, il “Manoscritto Voynich” fu conservato dalla sua vedova e, nel 1960, dopo la scomparsa di quest’ultima, fu acquistato dal munifico antiquario H.P.Kraus che, nel 1969, lo donò alla Biblioteca dell’Università di Yale, dove è tuttora gelosamente conservato presso la Beinecke Rare Book Library con il numero di Catalogo MS 408. In attesa di essere decifrato.

Verità e menzogne
Possiamo paragonare lo pseudobiblion “Necronomicon” al misterioso “Manoscritto Voynich”?
Possiamo pensare che nella biblioteca del nonno materno dove Howard Philips Lovecraft iniziò i suoi “primi passi” di lettore onnivoro – e dove tracorse quelli che lui stesso definì gli anni più tranquilli e stimolanti della sua travagliata esistenza – abbia rinvenuto qualche antico volume simile al “Manoscritto Voynich” e abbia tratto ispirazione da esso per “inventare” il “suo manoscritto”, il “Necronomicon”?
Possiamo immaginare “il solitario di Providence” chiuso nel suo studio – con la strana abitudine di lavorare con tutte le finestre serrate e le luci accese – intento a tentare di decifrare gli strani glifi, le strane lettere, le incomprensibili parole di quel che poi, forse, spacciò per “inesistente” prodotto del folle Abdul Al-hazred vagante per i desolati deserti d’Arabia?
Ci riuscì? Immaginò soltanto l”inquietante pantheon di divinità mostruoe e terribili che costellano i suoi racconti “da incubo”? Oppure lesse veramente di culti dimenticati, di riti che egli definì sempre “innominabili” e li inserì nelle vicende che la sua inesauribile fantasia gli suggeriva?
Non sono pochi coloro che sostengono più o meno seriamente rapporti quantomeno”strani” addirittura tra Lovecraft e il Governo degli Stati Uniti per far recepire, lentamente, alle “masse” una cultura, una filosofia, delle conoscenze frutto di “contatti” con realtà “diverse”. O, ancora, di effettuare un lavoro di revisione di manoscritti altrui – cosa che egli fece per quasi tutta la sua esistenza – per individuare personaggi utili alla “causa” governativa.
Personalmente nutro seri dubbi sulla consistenza, sulla attendibilità di una simile ipotesi, ma l’ho voluta riportare ugualmente a testimonianza di quali e quante possano essere le elucubrazioni derivate dall’opera letteraria di un solitario, introverso e indiscutibilmente “strano” scrittore di racconti “onirici” e fantastici.

C’è anche chi sostiene – basando le proprie asserzioni su studi che sarebbero stati personalmente condotti nella Biblioteca Vaticana durante ricerche sui Codici bizantini delle opere scientifiche di Michele Psello – di essersi trovato di fronte ad una traduzione greca, fino ad ora mai menzionata, del famigerato “Necronomicon “, scritto da un arabo il cui nome sarebbe non Abdul Alhazred ma Abdul al Azraq (letteralmente “Abdul servo del Blu Oscuro” o “delle Tenebre” ). Sarebbe, in questa sede, troppo complesso riassumere il contenuto del libro che avvalorerebbe – mi si perdoni l”uso frequente del condizionale, d”obbligo in questi casi – la reale esistenza del libro: rimanderei perciò i lettori al volume di Pietro Pizzari “Necronomicon” (Atanor, Roma 1993) che aggiunge un”altra curiosa tessera al già intricato e complesso “puzzle” del “libro maledetto”.

alchimista
Strane coincidenze

Per concludere vorrei citare a maggior riprova di quanto sia vasto l’universo delle congetture, degli studi, delle ipotesi e, purtroppo, anche delle frodi, riguardanti il “Necronomicon” – e le opere dei suoi amici ed epigoni, quali August Derleth con il “Testo di R”lyeh” a lui attribuito – un frammento di un volume che forse esisteva prima dell’alluvione che colpì Firenze nel 1966: il cosiddetto “Fragmentum Alchemicum Florentinum”.
Secondo una “ricercatrice” che si firma Laura Bertini, nel 1912, a Firenze, fu rintracciato il frammento di un manoscritto bizantino conservato nella “Biblioteca Riccardiana” della città toscana. Il frammento, di limitate dimensioni, avrebbe contenuto (non posso esimermi, anche qui, dall”uso del condizionale) poche parole intellegibili e fu presto dimenticato. Nel 1965 sarebbe stato fotografato per poi andare perduto nel disastroso evento.
Ciò che sembra apparire strano alla “ricercatrice” fiorentina sono alcune parole che farebbero riferimento al “deserto d”Arabia” (…arabiaz erhmiaz poll…), a qualche “cosa” o località chiamata “R LHEE” – (…r lhee…), a qualcosa che “non è morto” – (…i nekron ouk esti oti er…) e al “passare di eoni” – (…aionon diercomenon…): non ci ricordano forse, queste parole, alcuni passi dei libri di Lovecraft e in particolare il famosissimo distico attribuito al misterioso arabo Alhazred: “Non è morto ciò che in eterno può attendere e con il passare di strane ére anche la morte muore” ?
Si tratta anche in questo caso di una mistificazione simile a quella attribuita allo scrittore di Providence? Esiste la “ricercatrice” Laura Bertini? é veramente esistito quel piccolo, strano frammento di manoscritto greco definito “Fragmentum Alchemicum Florentinum” la cui scoperta fu riportata, sembra, nel giornale “La Nazione”, di Firenze, del 12 Maggio 1912?

L’articolo è tratto da “Hera” numero 26 del Febbraio 2002.

di Roberto Volterri

heramagazine@heramagazine.net