Quando parliamo di Mal’aria ci riferiamo all’avventura “editoriale” di Arrigo Bugiasni e soprattutto della “più esile (ma sostanziosa) biblioteca del mondo”, come la definì, quasi all’inizio, Marino Parenti. Bugiani iniziò a collaborare a “Il Frontespizio” per poi intraprendere un esperimento tutto suo, la stampa della Rivista Maremmana «Mal’Aria» ed infine l’invenzione dei Libretti di Mal’Aria. Oltre che lavorare all’Ilva ha passato la sua vita tra le carte e proprio immerso tra le carte di ogni tipo ha trascorso la sua esistenza. La sua vita scorre su un binario ideale che collega Follonica con Grosseto e Genova per poi tornare indietro e fermarsi a Pisa dove sarà splendido regista di tutti gli incontri letterari che saranno utili per alimentare le sue minuscole “farfalle” cartacee. Bugiani era un uomo determinato, tosto si direbbe in maremma, ma la sua persona sprigionava un senso di mitezza, moderazione, discrezione, dolcezza, riusciva in poche parole a metterti a proprio agio, abile tessitore di rapporti umani e letterari, riusciva a raccordare una famiglia di amici in modo tale che tutti potessero fornire il loro apporto. 

 
Lui il direttore d’orchestra, gli altri non dei semplici comprimari, ma musicisti d’eccellenza. Solo un fuggevole sguardo e ti accorgevi che era pervaso da una semplicità persuasa, occhi vispi e magnetici, voce che faceva da collante, ti muovevi appena ed eri già preda insaporita nella sua rete. Insaporito non perché cotto e mangiato, ma per il semplice motivo che da quell’incontro ti alzavi arricchito, più colto, sapido e sapiente. Risulta estremamente difficile parlare dei suoi Libretti, ovvero si può parlare del contenuto ma non dell’involucro, il libretto non è riproducibile oppure se lo è non rende minimamente la sensazione che si prova al tatto. Finita l’esperienza della rivista, oggi ricercatissima, Bugiani non seppe resistere alla tentazione di continuare la sua impresa di editore e di tipografo, impossibile per lui dimenticare l’odore dell’inchiostro e lo spessore della carta. Ecco affiorare l’idea geniale, stampare in modo saltuario dei foglietti. Il progetto iniziò nel 1960 e si concluse nel 1994 alla morte dell’editore. 
Si tratta di 569 fogli di formato A4 stampati su carta di risulta o di scarto tipografico ripiegati in quattro in modo da formare otto paginette, ognuna delle quali contiene un testo o un disegno. Alla collana dettero il loro apporto numerosi artisti come Manzù, Sassu, Guttuso, Boccioni, Parigi, Rosai, Modigliani, Morandi, Purificato, Conti, Mafai con poeti e prosatori come Ceronetti, Marin, Giotti, Ramous, Caproni, Sbarbaro, Barile, Longanesi, Ungaretti, Montale, Bartolini e tanti altri. Tutta l’attuazione del disegno editoriale fu portato avanti completamente a proprie spese, essendo lui unico e solo responsabile, era insieme direttore ed operaio, lui progettava, componeva i piombi a mano e spediva il foglietti ultimati. A pensarla oggi questa iniziativa si potrebbe essere tacciati di pazzia o quanto meno di una stravaganza dissennata, ma in quel periodo e con quel regista tutto filò liscio ed oggi si può godere dei Libretti sia dal lato della composizione grafica, dall’uso delle carte e dei contenuti. 
 
Il primo libretto è impresso su una carta millerighe di color paglierino, presenta L’inno eucaristico di Domenico Giuliotti, e in prima pagina accompagna il frontespizio una xilografia di Pietro Parigi, in quarta pagina è presente il facsimile dell’autografo musicale di Domenico Bartalucci, in sesta il testo completo dell’Inno, e in ottava l’indicazione della stamperia, del tipo di carta usata e del numero delle copie: il tutto in formato 10×14,5. Più povero di un volantino, un foglietto volante, ma nello stesso tempo qualcosa di concluso, finito, perfetto nella sua essenzialità. 
 
Quanto alle carte un campionario delle più varie, cercate pazientemente da Bugiani in officine, cartiere, pizzicherie, cinema, negozi d’ogni genere; spesso adattate con il tema e il tono del Libretto, e sempre dichiarate nel colophon dell’ultima pagina: carta satinata, carta larice, carta superaffisso, carta mezzofino, carta pelle aglio, spuntatura da giornale, velina da rifascio, da pacchi della Italsider, da manifesti murali, da volantini, da tovagliato lino, floreale, da drogheria, da inserti notarili, carta di scarto, gelatinosa, pergamena da pescheria, bambagina, povera, di seta papale, di quaderno a numeri, di mercanzia reale, pannosa azzurrina … 
 
Facile intuirne la difficoltà di riproduzione. In tempi di vacche grasse, come avrebbe detto il poeta Valerio Volpini, Bugiani stampava mille copie, ma solitamente la tiratura era di cinquecento. Non seguiva una numerazione precisa, il progressivo dei numeri era a suo libero arbitrio con conseguente disperazione di chi riceveva i libretti e notava i numeri sparpagliati. Il numero 83° del primo centinaio è uscito molto in ritardo. La spiegazione, per uno come me che ha visto i libretti in costruzione, è semplice: Bugiani seguiva un suo disegno e dava precedenza a tutti quei libretti che si sviluppavano per caso oppure da nuovi incontri. La sua libreria era ricolma di scatole da scarpe, in cui erano allineati i progetti in attesa di stampa, alcuni avevano apposto il disegno e mancavano di testo altri avevano il testo ed attendevano l’illustrazione, ogni ritaglio era buono per un futuro gioiello, la carta era setacciata come la farina al vaglio, tutto poteva tornare utile.
 
 
Trovarsi i Libretti di fronte non è facile sceglierne uno, tutti mostrano una peculiarità, il numero 36°, per esempio, riporta addirittura una lettera sconosciuta di Alessandro Manzoni., il 79° è tutto disegni e note musicali … A voi queste poche righe per instillare il germe del desiderio e fornirvi il via per ricercare almeno uno di questi libretti ed assaporarne dal vero il profumo, lo spessore, il tipo di carta, la grana del’inchiostro, e il contenuto. Per concludere un tripudio di complimenti ad Arrigo Bugiani, autore nel 1936 per le edizioni Vallecchi della “Festa dell’òmo inutile”, lui che tanto inutile non era!