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Nel 1912 Marcel Proust inviò a tre editori la prima parte della sua opera monumentale, Alla ricerca del tempo perduto. Gli editori erano Fasquelle, Ollendorf, e Gaston Gallimard per le edizioni della Nouvelle Revue Francaise, allora dirette da Gide, Schlumberger e Copeau. Da tutti e tre ebbe un rifiuto. Gide, dopo avere scorso distrattamente le 1200 pagine del manoscritto, aveva concluso: Ci sono troppe duchesse, è troppo snob e poi non fa per noi perché è dedicato a Calmette (il direttore del Figaro, allora considerato un giornale frivolo e mondano). Successivamente dopo che Proust riuscì a farsi pubblicare, ma a proprie spese, da Grasset, Gide doveva amaramente deplorare la sua gaffe. Farà autocritica quando Gallimard ricomprerà da Grasset i diritti dell’ opera. Scriverà a Proust: Questo rifiuto rimarrà il più grave errore commesso dalla NRF e uno dei più cocenti rimorsi della mia vita. Se la cosa può costituire una consolazione per gli autori debuttanti che mettono sotto accusa i comitati di lettura per la loro sordità, settantaquattro anni dopo i suoi difficili esordi Marcel Proust è oggi l’ oggetto di un rilancio eccezionale.

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Il 5 ottobre scorso gli ultimi volumi della Recherche, i cui diritti erano ancora riservati, in virtù di una legislazione complessa che prolunga la protezione delle opere letterarie per cinquant’ anni a partire dalla morte dell’ autore o dalla data della prima pubblicazione postuma (ai quali vanno aggiunti gli anni di guerra, che contano il doppio) sono entrati nel dominio pubblico. E parecchi editori si preparavano da tempo a questa scadenza. Così, puntualmente, in questo stesso mese di ottobre vanno in libreria numerose versioni rivedute della Recherche: da Gallimard, il primo volume della nuova edizione integrale della Pléiade, diretta da Jean-Yves Tadié, i cui tre tomi successivi saranno pubblicati entro la primavera del 1989; da G.F. Flammarion, un’ edizione tascabile dell’ opera in dieci volumi, a cura di Jean Milly; da Grasset, una nuova versione di Albertine scomparsa, curata da Nathalie Mauriac; per i tipi dell’ Imprimerie Nationale, un’ edizione di lusso di Un amore di Swann, a cura di Michel Raymond, con illustrazioni di André Brasilier. Infine, in dicembre, nella collezione Bouquins di Robert Laffont, uscirà un’ edizione economica della Recherche in tre volumi, diretta da Bernard Raffalli e corredata da un Quid, specie di guida pratica che consentirà al lettore profano di saper tutto su Proust: che abitudini aveva (questo dandy coltivava lo chic démodé; per risparmiare il naso e i piedi delicatissimi, adoperava soltanto fazzoletti e scarpe usate); quali cibi preferiva (il pollo e la sogliola fritta); come organizzava la sua giornata (si alzava alle cinque del pomeriggio; procedeva a una minuziosa toilette utilizzando una ventina di asciugamani; usciva per cena o per un ricevimento; poi lavorava dalle due di notte fino alle sette o perfino alle nove del mattino); cosa gli hanno fruttato i suoi diritti d’ autore; come investiva i suoi guadagni, e via dicendo. Della Recherche avremo così delle edizioni per tutte le borse e per tutti i tipi di lettori; e la gara già impegnata fra gli editori francesi sembra destinata ad allargarsi e a favorire anche nuove traduzioni all’ estero. (E’ in cantiere perfino una versione cinese…). Ora, a parte il prezzo di copertina, la qualità della carta, l’ apparato critico più o meno ricco o erudito, in che cosa differiranno tutte queste edizioni?

Un giovanissimo Marcel Proust con un suo manoscritto

Un giovanissimo Marcel Proust con un suo manoscritto

Qui occorre accennare alle infinite varianti dei testi proustiani, confermate da recenti scoperte e dallo studio dei manoscritti inediti conservati alla Biblioteca nazionale. La scoperta forse più sensazionale si deve a una studiosa di trent’ anni, Nathalie Mauriac, nipote di Francois Mauriac da parte paterna e di madame Mante-Proust, nipote di Marcel Proust e sua erede, da parte materna. Nel febbraio 1986, dopo la morte della nonna, Nathalie Mauriac ha ritrovato in una cassa, fra vecchie riviste e giornali, una corrispondenza inedita fra Proust e Gaston Gallimard, nonchè un dattiloscritto corretto dall’ autore, con l’ aggiunta di una quindicina di pagine manoscritte. Questo testo, che verrà pubblicato da Grasset, costituisce la versione definitiva di Albertine scomparsa, che era uscito postumo nel 1925 sotto il titolo La Fugitive. Le varianti sono notevolissime: Proust aveva infatti eliminato ben 250 pagine della stesura primitiva e ne aveva aggiunto altre, che proiettano una luce nuova sulla scomparsa di Albertine (Albertine, come è noto, è la trasposizione del personaggio di Alfred Agostinelli, che fu autista e segretario di Proust e il suo grande amore. Abbandonò il padrone nel 1913, perché voleva diventare aviatore, e morì in un incidente aereo il 30 maggio 1914. Marcel, inconsolabile, sognò allora di venire schiacciato da un autobus, per non sopravvivergli). Questo è un esempio rivelatore delle trasformazioni che il testo della Recherche ha già subìto o potrà ancora subire, tenendo conto dei ripensamenti dell’ autore. La Recherche è stata spesso paragonata a una cattedrale; ma se è vero che nasce da un progetto architettonico globale, non si sviluppa però secondo un piano cronologico prestabilito: procede nel disordine, zigzagando da un tema all’ altro; temi che Proust via via accenna, accantona, poi riprende, ampliandoli o riducendoli. Lo scrittore non si paragona a un architetto, ma più modestamente a un sarto: come un grand couturier, che drappeggia un modello su una indossatrice, così Proust modifica via via la sua creazione, qui approfondendo una pince, là aggiungendo un volant, ora sottolineando la scollatura, ora accorciando un orlo. Questo work in progress si traduce nell’ infinità di correzioni e di aggiunte che il romanziere introduce nei suoi manoscritti, al punto di renderli spesso indecifrabili. Proust scriveva sempre stando sdraiato sul letto, con un quinterno di fogli e un quaderno appoggiato sulle ginocchia, coprendo le pagine con una calligrafia microscopica.

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Molte parole risultano illeggibili, altre sono state cancellate dalle macchie delle medicine che lo scrittore prendeva per combattere l’ asma. Talvolta dettava dei brani ai suoi segretari o alla fedele domestica Céleste Albaret: se la loro scrittura è più chiara, l’ ortografia lascia però a desiderare. Quando aveva riempito di correzioni e di aggiunte lo spazio vuoto di un foglio, per farne altre si serviva delle famose paperoles, cioè di strisce di carta che potevano essere lunghe anche più di un metro, incollate ai margini e ripiegate a guisa di fisarmonica. Senonché queste paperoles sono talvolta incollate a sproposito… In fatto di punteggiatura Proust è molto fantasioso: càpita ad esempio di imbattersi in un blocco di una trentina di pagine senza l’ ombra d’ un punto o di una virgola (ciò che doveva essere un effetto della fretta o della stanchezza, poichè è difficile supporre che Proust abbia anticipato le esperienze avanguardistiche di un Philippe Sollers o di un Nanni Balestrini). Le maggiori difficoltà si incontrano negli ultimi volumi della Recherche, pubblicati postumi, di cui l’ autore non ha potuto rileggere le bozze. E vi sono numerose incongruenze: per esempio, ne Il tempo ritrovato, Proust fa morire Bergotte due volte. In passato, di fronte a questi problemi gli editori avevano optato per la soluzione più facile: rendere fluida e agevole la lettura ritoccando il testo là dove risultava incomprensibile, contraddittorio o lacunoso (il che venne fatto perfino per la prima edizione, nel 1954, dell’ autorevole Pléiade).

La Recherche nella Pleiade

La Recherche nella Pleiade

I curatori delle nuove edizioni di questo autunno, hanno cercato invece di rispettare per quanto possibile la verità proustiana; e si sono così accinti ad un’ impresa titanica, quella di esaminare le ottomila pagine, fra manoscritte e dattiloscritte, che di Proust si conservano alla Biblioteca nazionale. Queste pagine provengono per lo più dal Fondo Mante-Proust, acquistato dallo Stato francese nel 1972 e arricchito dalla collezione Guérin, di cui la Biblioteca è entrata in possesso nel 1983. Si tratta complessivamente di 96 volumi di manoscritti su fogli volanti, 75 quaderni di minute di primo getto e altri venti di copie corrette, nonché quattro taccuini di appunti riguardanti La Recherche, tutti già restaurati e microfilmati.

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Su questo immenso materiale i curatori hanno lavorato per anni, confrontando le varie versioni fino a sedici per uno stesso capitolo nel tentativo di restituire il testo più fedele alle intenzioni definitive del romanziere. Si può dire che di Proust ormai si è scoperto tutto? Certamente no. Plon prosegue la pubblicazione della sua corrispondenza, di cui è appena uscito il sedicesimo volume a cura di Philippe Kolb; ma lettere di Proust sono disseminate nel mondo intero. Talvolta messe all’ asta, raggiungono quotazioni vertiginose: il record assoluto è stato di 165 mila franchi per un’ unica lettera. Manca ancora al Fondo della Biblioteca nazionale uno dei taccuini dello scrittore, da cui un collezionista privato non intende separarsi. E poi sussiste il mistero dei 32 quaderni che Céleste Albaret avrebbe bruciato per ordine dello stesso Proust.

Elena Guicciardi

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