Dante Alighieri

Dante Alighieri

Il poema di Dante, sopravvissuto in più di seicento manoscritti prodotti nel solo XIV secolo, godé di immediato successo. Non stupisce quindi che fu tra i primi testi scelti dai tipografi tedeschi che, negli anni ‘60 e ‘70 del Quattrocento, introdussero in Italia la nuova tecnologia dei caratteri mobili.

La storia editoriale della Divina commedia è emblematica della storia della produzione e del commercio librario italiano nei cento anni che vanno dalla fine del XV alla fine del XVI secolo. Nella sua varietà di formati, illustrazioni e programmi editoriali, essa mostra in modo esemplare l’evoluzione del mercato del libro e del gusto del pubblico nell’arco di quel periodo.

La fortuna editoriale del poema dantesco riflette anche i due modi contrapposti in cui l’opera fu intesa e recepita. Da un lato la lettura teologica che si ritrova nelle edizioni commentate, ricche di apparati storicofilologici ed interpretazioni filosofico-religiose, a partire dall’edizione fiorentina del 1481; dall’altra la lettura principalmente poetica messa in evidenza nelle eleganti edizioni tascabili, spoglie e prive di commentari, inaugurate dall’aldina del 1502.

Frontespizio dell'editio princeps

Frontespizio dell’editio princeps

La Divina commedia giocò un ruolo chiave anche nella creazione di una lingua nazionale e di un’identità letteraria italiana, ponendosi al centro della disputa linguistica tra Firenze e gli altri centri italiani fino agli inizi del Cinquecento. Quindi iniziò un lento, ma inesorabile declino, dovuto principalmente al linguaggio e allo stile del poema, poco conforme al gusto canonico che andò consolidandosi nel Rinascimento intorno alla poesia lirica di Petrarca. Con l’avanzare del secolo, il poema divenne sempre più marginale e meno studiato. Dopo il 1568, anno in cui apparve postuma la prima edizione del commento del Daniello, non furono più stampati nuovi commenti danteschi fino all’inizio del Settecento. Nel corso del Seicento uscirono incredibilmente solo tre edizioni della Divina commedia.

A testimonianza della diffusa richiesta del testo, l’editio princeps di Foligno fu seguita a distanza di qualche mese da altre due edizioni, una veneziana ed una mantovana. Negli anni seguenti l’opera fu data alle stampe anche a Napoli (1477) e Milano (1478). Tutte queste prime edizioni contengono il testo senza commento, laprinceps di Foligno limitandosi a fornire brevi argomenti all’inizio delle tre cantiche e di ogni canto.

Il tipografo Johann Neumeister giunse a Foligno come copista nel 1464 e cominciò la sua attività di stampatore intorno al 1470, comprando le attrezzature da Johann Reinhardt, un altro tedesco attivo a Trevi. Di Trevi era anche il collaboratore di Neumeister, Evangelista Angelini. Gli affari tuttavia non andarono per il verso giusto e il nostro tipografo fu messo in prigione per debiti, prima di fare ritorno in Germania.

Nel 1477 Windelin von Speyer, celebre stampatore attivo a Venezia, pubblicò quella che è considerata come la prima edizione commentata della Divina commedia. La stampa, curata da quel Cristoforo Berardi da Pesaro che probabilmente editò anche la princeps windeliniana del Canzoniere nel 1470, presenta il commento volgare di Jacopo della Lana (composto nella prima metà del XIV secolo), presentato sotto il nome di Benvenuto da Imola, autore a sua volta di un famoso commento dantesco terminato nel 1380. L’erronea attribuzione è forse intenzionale, se si considera il maggior prestigio che ad un lettore del tempo suscitava il nome di Benvenuto da Imola. L’edizione di Windelin, che riporta per la prima volta anche la Vita di Dante del Boccaccio, è dunque la prima edizione dellaCommedia realizzata con intenti storico-didattici.

Nel 1481 apparve presso i torchi di Nicolò di Lorenzo della Magna la celebre prima stampa fiorentina del poema. Prodotta all’interno della cerchia di Lorenzo Il Magnifico, l’edizione fu concepita in contrapposizione polemica alle edizioni pubblicate precedentemente negli altri centri italiani. Essa rappresenta il tentativo dei Fiorentini di reclamare per sé il grande poeta. Da un punto di vista testuale, tuttavia, questa monumentale edizione si presenta piuttosto scorretta: è infatti piena di idiotismi fiorentini del tempo, errori ed omissioni e risulta distorta da un’ortografia eccessivamente latinizzante, anche perché l’ampio commento di Cristoforo Landino, professore di retorica e poetica nello Studio di Firenze, fu realizzato sopra un testo del poema diverso da quello che poi si decise di riprodurre. Ciò nonostante, il commento di Landino godé di straordinaria fortuna, venendo ristampato innumerevoli volte fino alla fine del Cinquecento.

Una pagina interna dell'editio princeps di Foligno

Una pagina interna dell’editio princeps di Foligno

Altra grande innovazione dell’edizione fiorentina del 1481 fu il progetto iconografico affidato al celebre pittore Sandro Botticelli e all’incisore Baccio Baldini. Botticelli realizzò due serie di disegni. La prima, commissionata da Lorenzo Pierfrancesco de’ Medici, produsse le bellissime illustrazioni al poema oggi conservate in due manoscritti a Berlino e a Roma presso la Biblioteca Vaticana. La seconda serie, concepita per l’edizione a stampa, rimase incompiuta. Delle cento figure previste, Botticelli ne portò a termine solamente diciannove. L’edizione, che presenta uno spazio bianco all’inizio di ogni canto appositamente predisposto per accogliere l’incisione, fu quindi commercializzata senza immagini. Alcuni esemplari riportano due illustrazioni, mentre sono rarissime le copie che presentano tutte e diciannove le figure poste all’inizio dei primi diciannove canti dell’Inferno.

Col volgere del secolo, fece la sua apparizione un’edizione di straordinaria importanza, che è anche la prima edizione tascabile del capolavoro dantesco, ossiaLe terze rime di Dante stampate a Venezia da Aldo Manuzio nell’agosto del 1502. Il curatore Pietro Bembo trascrisse il testo (oggi Ms. Vat. lat. 3197), servendosi come base dell’esemplare (oggi Ms. Vat. lat. 3199) della Commedia che il Boccaccio, fra l’estate del 1351 e il maggio del 1353, aveva mandato in dono al Petrarca. Voltando le spalle alla tradizione rappresentata dalle monumentale edizione commentata del Landino, il Bembo fissò una nuova vulgata del poema dantesco, tanto che l’aldina del 1502 divenne il testo di riferimento per tutte le altre stampe cinquecentesche fino all’edizione della Crusca del 1595.

Attraverso questa edizione e quella del Canzoniere di Petrarca apparsa l’anno precedente, per la prima volta due autori volgari furono messi sullo stesso piano dei classici greco-latini e i loro testi sottoposti allo stesso scrupolo editoriale. Partendo dall’assunto, poi teorizzato nelle Prose della volgar lingua (1525), che il volgare trecentesco fosse più puro e nobile di quello in uso nel mondo accademico-umanistico e cortigiano del tempo, Bembo operò sistematicamente per ripulire i testi di Petrarca e di Dante dai ritocchi quattrocenteschi. Così facendo, pose le basi della filologia volgare e codificò le edizioni standard delle due celebri “Corone” per i secoli a venire.

Sulla scia dell’aldina, il celebre editore Filippo Giunti pubblicò a Firenze nel 1506 un’edizione della Commedia, affidandola alle cure di Girolamo Benivieni, poeta e filosofo neoplatonico amico di Giovanni Pico della Mirandola, il quale pose grande scrupolo filologico nel correggere ed emendare il testo. La giuntina del ’06 è la più importante edizione cinquecentesca del poema dantesco dopo quella di Aldo del 1502 e prima di quella della Crusca del 1595.

Negli anni seguenti, alle edizioni tascabili e senza commento stampate a Venezia e Toscolano tra il 1515 e il 1533 da Alessandro Paganino, considerato come il primo tipografo ad aver inventato le serie editoriali, si contrapposero le edizioni veneziane (1512, 1520 e 1536) di Bernardino Stagnino, le quali affiancano il commento di Cristoforo Landino al testo dell’aldina del 1502, creando notevoli discrepanze ed incomprensioni.

Finalmente nel 1544 apparve una nuova edizione commentata ed illustratata dellaDivina Commedia. La produsse il celebre tipografo veneziano Francesco Marcolini, che realizzò personalmente le xilografie a piena pagina che adornano la stampa, considerate come le prime illustrazioni moderne del poema dantesco. Il commento fu affidato ad Alessandro Vellutello, che già si era distinto in un fortunato commento al Petrarca. Il Dante del Vellutello non ebbe lo stesso successo del Petrarca, ma si distinse comunque per la sua volontà di ribellione sia al modello bembiano che al modello fiorentino promosso dal Landino. Vellutello si dedicò inoltre ad uno studio attento delle fonti storiche contemporanee al poema, come la Cronica di Giovanni Villani.

Una pagina di testo

Una pagina di testo

A conclusione di questo excursus sulla storia editoriale della Divina Commedia nei primi secoli di vita della tipografia in Italia, sono degne di nota pure l’edizione veneziana del 1555 di Gabriel Giolito de’ Ferrari, edita a cura di Lodovico Dolce, dove per la prima volta l’aggettivo divino, solitamente attribuito al poeta, viene riferito all’opera; l’edizione del 1568 (Venezia, Pietro da Fino) che riporta il commento postumo di Bernardino Daniello, autore vicino alle posizione bembiane, che aveva prodotto in precedenza anche un commento al Petrarca; infine la già menzionata edizione fiorentina del 1595 (Domenico Manzani) curata dagli Accademici della Crusca. Di essa fu responsabile Giambattista Deti, il quale tra il 1591 e il 1594 collazionò l’edizione aldina con circa cento manoscritti del poema. Le correzioni e gli emendamenti apportati furono oltre seicento, ma, ciononostante, l’edizione della Crusca non fu portata a termine con il rigore metodologico necessario e, poco dopo la sua uscita, gli stessi accademici ritennero di doverne produrre una seconda edizione. Questa apparve solamente nel 1716, ma senza sostanziali migliorie.

Come si diceva, nel Seicento apparvero solamente tre edizioni del poema senza particolari pregi. Fra il 1568 e il 1732 nessun commento significativo apparve sulla scena editoriale italiana. Si dovette attendere il XIX secolo perché Dante e il suo capolavoro riguadagnassero quel prestigio e quella diffusione di cui avevano goduto nei primi secoli.

Dante Alighieri nacque a Firenze nel 1265 da una famiglia guelfa di piccola nobiltà. Nonostante la modesta condizione sociale, riuscì a portare a termine gli studi. La giovinezza di Dante fu dominata dall’amore per una Beatrice, morta nel 1290 e identificabile con Bice di Folco Portinari, alla quale dedicò i primi versi d’amore. Amico dei poeti toscani Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia, nel 1287 si recò a Bologna per completare gli studi di retorica. Due anni dopo combatté nella battaglia di Campaldino. Dopo la composizione della Vita nuova (1293-1294), in cui idealizzò queste sue esperienze giovanili, approfondì il pensiero filosofico di Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, lesse l’Eneide di Virgilio e l’opera di Orazio e Ovidio e si cimentò con la letteratura lirica provenzale. L’intenso fervore di studi non gli impedì tuttavia di dedicarsi alla vita politica della sua città. Iscrivendosi all’Arte dei medici e speziali, dal 1295 poté accedere alle cariche pubbliche. Nella scissione del partito guelfo al governo, Dante si schierò con i Bianchi, fautori di una politica anticuriale in difesa della libertà di Firenze dalle ingerenze di Bonifacio VIII. Questi tuttavia nell’autunno del 1301, grazie all’appoggio dell’esercito di Carlo di Valois, fratello del re di Francia, riuscì a far trionfare il partito dei Neri, i quali all’inizio dell’anno successivo condannarono i priori del precedente governo, tra cui Dante, a due anni di confino e a pagare una multa salatissima.

Dante, che non si presentò a saldare l’ammenda, fu condannato ad essere bruciato vivo, nel caso fosse caduto nelle mani degli uomini del comune. Cominciò così la lunga e dolorosa fase dell’esilio e del vagabondaggio. Dopo i primi soggiorni a Verona, Treviso, Padova e Bologna, nel 1306 fu ospite del marchese Malaspina in Lunigiana, mentre nel 1608 si trasferì a Lucca. In questi anni compose il De vulgari eloquentia e il Convivio. Nel 1311 la discesa in Italia di Arrigo VII riaccese in Dante la speranza di un possibile ritorno in patria (è forse di questo periodo la stesura delDe monarchia), presto però disillusa dall’improvvisa morte dell’imperatore, avvenuta a Buonconvento nel 1313.

Gli ultimi anni di vita, i più oscuri, li trascorse tra Verona e Ravenna, dove intorno al 1320 terminò l’ultima cantica della Commedia, cominciata probabilmente verso il 1307. Morì a Ravenna nel settembre del 1321.

Dante-Alighieri

Descrizione fisica. Un volume in folio piccolo di carte 252 non numerate. OgniCantica occupa 84 carte. Sono bianche la prima e l’ultima carta dell’Inferno, l’ultima del Purgatorio e l’ultima del Paradiso. I caratteri, tondi, sono di grande nitore. Ogni pagina contiene 10 terzine, salvo quelle dove vi è anche l’argomento. Esiste un esemplare stampato su pergamena appartenuto all’inglese Sir. George Holford e dal 1927 all’americano W. Rosenbach.

F. Govi, I classici che hanno fatto l’Italia, Milano, Regnani, 2010

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